mercoledì, 28 febbraio 2007

Quello che segue, non sarà di certo una disquisizione filosofica sui massimi sistemi, bensì un semplice racconto di fatti, di azioni realmente accadute. Lungi da me l’impiego di arzigogolate parole, concetti astrusi, impalcature logico-sintattiche e tutti quegli espedienti retorici in grado di porre in essere una teoria e dimostrarla. Il tutto non renderebbe conto dell’importanza della semplicità e banalità della vita quotidiana, in eventi non sensazionali accaduti per le vie di questa anomala città. Due parole sulla città. Si, come se tutto quello che verrà dopo queste righe non riguardasse Lei. Si, proprio Lei. Foda-se, Lisbona.

Piccola parentesi (sto ascoltando “The Donkey-Headed Adversary of Humanity Opens the Discussion” degli Sleepytime Gorilla Museum). Beh, la parentesi voleva essere più corta, ma questa volta non è dipeso da me, ma da malati mentali a livello di sperimentazione musicale che compongono le melodie sparate ad un volume del tutto rispettabile nelle mie orecchie chiamandole con i titoli più disperati. Foda-se. Ecco una delle prime difficoltà che un italiano incontra sul suol portoghese al suo arrivo. Solitamente il popolo del “Bel Paese” (dopo la storia recente, va beh, per poi non parlare dei precedenti quarant’anni, sembrerebbe quasi una “presa per il culo bella e buona”. Ma preferisco non calarmi in queste polemiche politiche, non sarebbe la sede corretta considerando il titolo di questa pagina) quando si trova in presenza di determinati avvenimenti è solito proferire, a volte anche ad una voce un po’ più alta del solito, locuzioni quali: ma porca di quella puttana! Cazzo, che sfiga! Ma che scassacazzo! O che rottura di coglioni! Hai anche rotto un po’ il cazzo, ora! Figa! Ma che cazzo! Quest’ultima sembra quasi la preferita dei portoghesi che tentano di parlare in italiano, scherzando (brincar) su una peculiarità che anche loro hanno notato di noi. Trovo davvero originale il linguaggio florido di “volgarità” e l’intercalare con imprecazioni e espressioni colorite quali quelle del popolo italiano. Non che prediliga tale forma, ma quando ci vuole ci vuole. Ricordo che nei primi giorni passeggiavo per le strade di Lisbona guardando dritto davanti a me, lo sguardo si arrampicava sin fino ai tetti per poi sbucare nel cielo e nei suoi più eccentrici colori. Noncurante di nulla e immerso in diverse riflessioni, non facevo caso ai possibili ostacoli, ai possibili inciampi che si nascondevano per le Ruas, per le Avenidas, per le Praças de Lisboa, finché in piena tibia non mi imbattei in quella specie di paletti di pietra che circondano alcuni marciapiedi.

Come puoi non vederli?

Se non li avessero fatti alti 30 cm, forse me ne sarei anche accorto. Ma così non fu. Or sull’esclamazione pronunciata non c’è nulla da aggiungere, soprattutto dopo le premesse esposte in questa pagina. Ma quelli erano i primi giorni e ora si è fatto tesoro di ogni esperienza. Ma le avversità si nascondono comunque dietro l’angolo, sui marciapiedi – quelli lastricati di scivolosissimi sampietrini, tanto caratteristici, quanto infimi - sui gradini, sulle salite – ahimè quante! Qui sembra un’eterna salita! – sulle scale degli ultimi piani (andar) di palazzi rivestiti di Azulejos – la maggior parte degli studenti abita agli ultimi piani, immaginatevi percorrerli di notte, dopo le nottate Lisbonesi, poi mi direte – insomma, tutto quanto, qui può rappresentare una fatica, un inciampo, una caduta, un pericolo, una disavventura. Quali parole migliori per esprimere il proprio parere immediato su questi elementi? Semplice. Le tanto amate trivialità o semplicemente parolacce o volgarità. Ora mi trovo da quasi quattro mesi qui a Lisbona, mastico un po’ il portoghese, mangio cibo portoghese – ma di questo parlerò più avanti – abito con portoghesi, conosco portoghesi e via dicendo. Assim eu quero de falar portugues. Seja como for eu sou italiano e costumo dizer palavrão . Aqui nao existem, nao é possivel. Esta dificil falar sem issa.

Qui non usano tutti i modi coloriti che noi usiamo per intercalare, per inveire contro qualcosa, per sfogarsi, per rafforzare gergalmente un concetto. Usano pochissime parole: foda-se, caralho e pa…

Qualche volta puta e altre volte merda…Ma nulla più…

Per chiudere questa pagina e riallacciarmi così al titolo, devo ricordare tutte quelle cose prese dalla strada che non sono state altro che il pretesto per scrivere queste righe. Si, qui si fruga nell’immondizia. Non dico che ci infiliamo le mani e andiamo a rovistare nei cestini della spazzatura, ma quando si ritorna dalle nottate lisbonesi l’occhio cade facilmente su diversi oggetti, alcuni poggiati ad  un albero, altri ad un cestino o ad un sacco. La mente non può far altro che rintracciare l’utilità di questi oggetti confrontandola con la spazio a disposizione nella propria stanza, alla mobilia e alla fatica di portarsi appresso quell’oggetto. Passo ad elencare le cose che dalla strada presi: un rampa di una pista per macchinine, un dinosauro caricato a molla, dei fili, un orologio con numeri romani incastonato in un mandolino giocattolo, un tavolo di legno sporco di pittura, un compensato spesso proveniente da una cucina e un pezzo di mobile, pesantissimo, che mi sono portato per quattro piani, togliendo più o meno gran parte dell’intonaco dei muri del palazzo in cui abito. L’inutilità apparente di questi oggetti si trasformò ben presto in utilità immediata o protratta nel tempo. L’unica cosa che resta ancora senza utilità è il dinosauro caricato a molla…

 

 

 

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lunedì, 26 febbraio 2007

alto sao joao - parte moderna

Da Anjos ad Arroios. Una semplice fermata di metropolitana, linea verde direzione Telheiras. Uscita per Praça do Chile, voltare a destra e dritto per Rua Morais Suares. Camminare per circa dieci minuti, dipende dal passo di chi cammina o dalla lentezza di chi ti sta innanzi e occupa tutto il marciapiede parlando con il suo compagno o compagna di cammino. Il tutto contraddistinto dalla classica flemma portoghese. Arrivo innanzi al cimitero, un guardiano è al cancello, lo oltrepasso mentre ascolto The Chaos Path degli Arcturus. Ecco aprirsi di fronte a me la città dei morti, una città sotterranea come la definiva Joyce nell’Ulisse  peccato non averne con me una copia di quel capolavoro – una città che si allunga verso il basso, nella terra, almeno finché non introdussero i colombari. Sembrano tante palazzine popolari. Appartengono di certo al popolo e la cosa che forse risulta più lugubre e assurda è il fatto che – almeno in Italia – questi comodi posti, fatti a misura da morto sono anche soggetti a pagamento:  affitto mortuario. Anche i morti pagano l’affitto di un loculo o di un pezzo di terra. Naturalmente non è il morto a pagare, chi rimane paga. Mi viene in mente Dei Sepolcri di Ugo Foscolo. Editto di Saint Cloud, tombe tutte uguali, questa è democrazia. Nel puro spirito illuminista. Chissà cosa direbbe il Sig Ratzinger attualmente? Forse se ne starebbe zitto, visto che è impegnato nella sua battaglia contro i Dico in favore della famiglia, contro l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita che intaccano la dignità umana, contro il relativismo, contro il progresso, contro la scienza, contro la capacità dell’uomo di poter scegliere se credere o non credere e contro chiunque non la pensi come lui. Questo a quanto pare è il cattolicesimo o forse la gerarchia vaticana.

Quando partono le scomuniche?

Ne vorrei una. Come posso fare per averla?

Digressione involontaria, voluta più che altro dall’inconscio. È bastata una piccola parola e ho iniziato la mia inutile invettiva contro il pontefice. Del resto è risaputo: lui è infallibile.

 

Sarà…

 

Scopro che il Cemitério Alto S.João è stato costruito nel 1833 a seguito di una violenta epidemia di colera che causò migliaia di vittime. Questo posto era comunque per morti di origine umile, con una condizione socio-economica sfavorita rispetto al cimitero della parte occidentale, quello di Prazeres – ci andrò la prossima volta. – per la classe borghese o per i ricchi. Dalla mappa di Lisbona sembra molto più piccolo di quello sopra menzionato. Mah, forse perché i poveri sono sempre in maggior quantità rispetto ai ricchi. Vedremo, niente giudizi affrettati, niente pregiudizi.

 

Capire come vengano seppelliti i morti e i riti connessi penso, possano essere di aiuto per comprendere una diversa cultura. Parrà strano, ma è la prima volta che mi imbatto in tali curiosità. Sino ad ora non avevo mai visto loculi che si aprissero come finestre per mostrare la bara ad un caro che siede su una panchina a pregare.

 

Alto s.joao3

Ci sono cardini e una fessura in cui inserire una piccola chiave, il che mi fa intuire che è una normale abitudine o poteva esserlo .

 

Alto s.joao4

Un’altra curiosità è invece legata alla presenza di loculi in vetro. Attraverso di essi si può vedere la bara coperta da un lenzuolo ingiallito dal tempo e una vecchia foto del defunto, circondata da fiori secchi, santini, rosari e altri gingilli di varia natura.

 

Alto s.joao2

Ci sono numerose tombe familiari, alcune sono addirittura con la porta divelta, il vetro frantumato e le lenzuola bianche strappate. Intravedo bare di un’altra generazione, di un’altra epoca: altri morti. Proseguo lungo il sentiero asfaltato – l’asfalto tende sempre ad intristire le percezioni, rende il tutto troppo cittadino, troppo scorrevole, come se su questo selciato ognuno fosse condotto ad alta velocità, pronto per essere sepolto e quindi pronto per essere dimenticato. Ti facilito il passaggio alla altra vita, sembra suggerirmi,  almeno ti evito tutti i sobbalzamenti dovuti agli avvallamenti del terreno. Avrai una sepoltura tranquilla, senza troppi scossoni, senza troppi salti lungo questo sentiero – circondato da tombe, cappelle e monumenti proseguo, fin quando incontro un funerale ed un guardiano che mi invita ad uscire, visto che si apprestava l’orario di chiusura. Un estremo saluto ai defunti e riprendo la via di andata, ma questa volta a ritroso.

“Luci e ombre su lapidi fatiscenti, tra cappellette e tombe lungo i selciati. Una donna siede su una panchina, di nero vestita  il capo reclina e contempla loculi di pietra che nulla lasciano intravedere, loculi di vetro che mostrano il riflesso del soleggiato meriggio di febbraio sovrapporsi all’immagine statica della morte: una cornice con una foto ingiallita, fiori secchi e spenti, un lenzuolo bianco, che ingiallito dal tempo  ricopre la bara  e il cadavere che ivi riposa.”

(Domingo 18 Fevereiro de 2007)

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martedì, 06 febbraio 2007

sciacquoneIn quattro persone per capire  il meccanismo di funzionamento: tre biotecnologi e uno studente di legge.
La foto ritrae lo sciacquone del cesso.
La sera che arrivarono qui i due miei amici dall'Italia, lo sciacquone mancava di un pezzo...
Ovvero quella protuberanza giallastra che avrà pur un nome.
Chi l'ha inventato, penso, abbia pensato anche a quel pezzo, al suo nome.
Come si chiama?
Perchè quella sera quel pezzo mancava?
Chi poteva averlo preso, sottratto?
e soprattutto perchè?
Cosa te ne fai di quel pezzo?
Può essere stato risucchiato?

Non credo...
Almeno non dal cesso...

A volte accadono cose molto strane

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martedì, 06 febbraio 2007

Indicações terapêutica

Tratamento sintomático das afecções dolorosas  e/ou febris." EFFERALGAN 500, Paracetamol

 

Ogni due ore circa prendo il termometro, lo scuoto per azzerarlo e me lo metto sotto l’ascella sinistra e aspetto cinque minuti prima di leggere la temperatura. È ancora uno di quei vecchi termometri, non ha nulla a che fare con l’innovazione tecnologica, nulla di digitale,  nessun display, ma solo il tubo di vetro con all’interno un capillare da dove sale il mercurio. Il 37 è scritto in rosso sopra i numeri sono apposte le caratteristiche della febbre:  fino al 37,5 è normale, poi inizia la febbre debole, media, forte, fortissima…

Poi penso che tu sia già bello che andato o comunque i centri della termoregolazione se ne sono andati da un pezzo. Era l’esame di patologia cellulare. Ipertermia.Colpo di sole e colpo di calore Penso al termometro, penso sia lo stesso che ha accompagnato tutti gli attacchi febbrili della mia vita. Almeno per quanto ricordo. Infatti ricordo l’involucro di latta, poi il resto non ha nulla di diverso dagli altri termometri. È piacevole averlo qui a Lisbona.

Leggo il responso: 37,5  tra il normale e il debole.

È da sabato che me ne sto rinchiuso in camera mia. Molte ore di sonno, visioni di film, poca lettura.

Devo anche preparare un esame. Proprietà intellettuale. La società ormai spinge anche a dare una proprietà ad un idea: marchi, brevetti e via dicendo. Logica conseguenza di questa società. Del resto non ci si può fare nulla. Tutto ormai ha un prezzo. Tutto ormai ha un costo.

Ne “Il signor Robinson Mostruosa storia d’amore e d’avventure” che potrebbe essere benissimo catalogato cinema trash italiano c’è una scena di una banalità e semplicità non indifferente. Paolo Villaggio cerca di spiegare alla “gnocca” di turno, un’isolana incontrata nel suo naufragio, l’uso dei soldi: l’esca. Lui produce abiti, li vende e ottiene l’esca e con l’esca va a prendere il pesce che un altro tipo aveva in precedenza pescato. Il tutto attraverso la mediazione delle banche: una casa lontana. Sulle banche si potrebbero scrivere papiri e papiri da occupare tutto il web o buona parte di esso, ma questa non è la sede. La ragazza stupita prende il pesce, prende l’abito e li scambia, dimostrando l’inutilità dell’esca. Ora qui il tutto è da dimostrare.Su un’isola deserta o in un sistema chiuso il tutto ha senso, nella società attuale il senso è perso. Il baratto… Ma ci si potrebbe soffermare comunque a riflettere.

Analisi sociologiche ed economico-finanziare le lascerei agli esperti…

Vedremo se in Italia riuscirò a preparare l’esame…

Qui, tra il laboratorio, la vita lisbonese, la febbre di questi giorni, mi è stato impossibile studiare.

Primo grande scoglio: rintracciare il professore e spiegare lui che ho solo una settimana di tempo da trascorrere in Italia per poi ritornare a Lisbona.

Trafile burocratiche. Scogli insormontabili quando si cerca di rintracciare qualsiasi persona a cui consegnare qualcosa, da cui ritirare altro, a cui far firmare altro.

Paesi burocrati…

Paesi burocratizzati…

Tosse metallica? La tosse di questi giorni!

Pode ser

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