Quello che segue, non sarà di certo una disquisizione filosofica sui massimi sistemi, bensì un semplice racconto di fatti, di azioni realmente accadute. Lungi da me l’impiego di arzigogolate parole, concetti astrusi, impalcature logico-sintattiche e tutti quegli espedienti retorici in grado di porre in essere una teoria e dimostrarla. Il tutto non renderebbe conto dell’importanza della semplicità e banalità della vita quotidiana, in eventi non sensazionali accaduti per le vie di questa anomala città. Due parole sulla città. Si, come se tutto quello che verrà dopo queste righe non riguardasse Lei. Si, proprio Lei. Foda-se, Lisbona.
Piccola parentesi (sto ascoltando “The Donkey-Headed Adversary of Humanity Opens the Discussion” degli Sleepytime Gorilla Museum). Beh, la parentesi voleva essere più corta, ma questa volta non è dipeso da me, ma da malati mentali a livello di sperimentazione musicale che compongono le melodie sparate ad un volume del tutto rispettabile nelle mie orecchie chiamandole con i titoli più disperati. Foda-se. Ecco una delle prime difficoltà che un italiano incontra sul suol portoghese al suo arrivo. Solitamente il popolo del “Bel Paese” (dopo la storia recente, va beh, per poi non parlare dei precedenti quarant’anni, sembrerebbe quasi una “presa per il culo bella e buona”. Ma preferisco non calarmi in queste polemiche politiche, non sarebbe la sede corretta considerando il titolo di questa pagina) quando si trova in presenza di determinati avvenimenti è solito proferire, a volte anche ad una voce un po’ più alta del solito, locuzioni quali: ma porca di quella puttana! Cazzo, che sfiga! Ma che scassacazzo! O che rottura di coglioni! Hai anche rotto un po’ il cazzo, ora! Figa! Ma che cazzo! Quest’ultima sembra quasi la preferita dei portoghesi che tentano di parlare in italiano, scherzando (brincar) su una peculiarità che anche loro hanno notato di noi. Trovo davvero originale il linguaggio florido di “volgarità” e l’intercalare con imprecazioni e espressioni colorite quali quelle del popolo italiano. Non che prediliga tale forma, ma quando ci vuole ci vuole. Ricordo che nei primi giorni passeggiavo per le strade di Lisbona guardando dritto davanti a me, lo sguardo si arrampicava sin fino ai tetti per poi sbucare nel cielo e nei suoi più eccentrici colori. Noncurante di nulla e immerso in diverse riflessioni, non facevo caso ai possibili ostacoli, ai possibili inciampi che si nascondevano per le Ruas, per le Avenidas, per le Praças de Lisboa, finché in piena tibia non mi imbattei in quella specie di paletti di pietra che circondano alcuni marciapiedi.
Come puoi non vederli?
Se non li avessero fatti alti 30 cm, forse me ne sarei anche accorto. Ma così non fu. Or sull’esclamazione pronunciata non c’è nulla da aggiungere, soprattutto dopo le premesse esposte in questa pagina. Ma quelli erano i primi giorni e ora si è fatto tesoro di ogni esperienza. Ma le avversità si nascondono comunque dietro l’angolo, sui marciapiedi – quelli lastricati di scivolosissimi sampietrini, tanto caratteristici, quanto infimi - sui gradini, sulle salite – ahimè quante! Qui sembra un’eterna salita! – sulle scale degli ultimi piani (andar) di palazzi rivestiti di Azulejos – la maggior parte degli studenti abita agli ultimi piani, immaginatevi percorrerli di notte, dopo le nottate Lisbonesi, poi mi direte – insomma, tutto quanto, qui può rappresentare una fatica, un inciampo, una caduta, un pericolo, una disavventura. Quali parole migliori per esprimere il proprio parere immediato su questi elementi? Semplice. Le tanto amate trivialità o semplicemente parolacce o volgarità. Ora mi trovo da quasi quattro mesi qui a Lisbona, mastico un po’ il portoghese, mangio cibo portoghese – ma di questo parlerò più avanti – abito con portoghesi, conosco portoghesi e via dicendo. Assim eu quero de falar portugues. Seja como for eu sou italiano e costumo dizer palavrão . Aqui nao existem, nao é possivel. Esta dificil falar sem issa.
Qui non usano tutti i modi coloriti che noi usiamo per intercalare, per inveire contro qualcosa, per sfogarsi, per rafforzare gergalmente un concetto. Usano pochissime parole: foda-se, caralho e pa…
Qualche volta puta e altre volte merda…Ma nulla più…
Per chiudere questa pagina e riallacciarmi così al titolo, devo ricordare tutte quelle cose prese dalla strada che non sono state altro che il pretesto per scrivere queste righe. Si, qui si fruga nell’immondizia. Non dico che ci infiliamo le mani e andiamo a rovistare nei cestini della spazzatura, ma quando si ritorna dalle nottate lisbonesi l’occhio cade facilmente su diversi oggetti, alcuni poggiati ad un albero, altri ad un cestino o ad un sacco. La mente non può far altro che rintracciare l’utilità di questi oggetti confrontandola con la spazio a disposizione nella propria stanza, alla mobilia e alla fatica di portarsi appresso quell’oggetto. Passo ad elencare le cose che dalla strada presi: un rampa di una pista per macchinine, un dinosauro caricato a molla, dei fili, un orologio con numeri romani incastonato in un mandolino giocattolo, un tavolo di legno sporco di pittura, un compensato spesso proveniente da una cucina e un pezzo di mobile, pesantissimo, che mi sono portato per quattro piani, togliendo più o meno gran parte dell’intonaco dei muri del palazzo in cui abito. L’inutilità apparente di questi oggetti si trasformò ben presto in utilità immediata o protratta nel tempo. L’unica cosa che resta ancora senza utilità è il dinosauro caricato a molla…











In quattro persone per capire il meccanismo di funzionamento: tre biotecnologi e uno studente di legge.