venerdì, 23 marzo 2007

Nulla di eccezionale. Mi ritrovo seduto davanti al pc, sempre nella cosiddetta catacumba. Non ho sonno, non ho fame, forse ho un po’ di sete. Ho già fumato sigarette a volontà, tanto per ammazzare il tempo. Non vedo l’ora che l’orologio segni le 18. Coraggio, non manca molto…Solo due ore...

Mi sembra di rivivere quella sensazione di impazienza vissuta più volte al liceo. Sesta ora, dopo che ti avevano infarcito alla bella e meglio di concetti, definizioni, assiomi, teoremi e naturalmente pagine e pagine di studio. E ora, apoptosi e differenziamento: p53, SAPK, Bcl-2, Bcl-XL, Bax, Bad, Bim, Noxa, Smac/DIABLO, AIF, Apaf-1, Caspase-2, JNK, FOXO3a, P38MAPK, p21WAF1, Id1, Akt, MKK7, Mdm-2, p73…

E cosi via…

 

“The discover of apoptotic bodies suggested to Kerr, in 1972, to use the Greek term apoptosis to describe the programmed cell death as “falling or dropping of”  as leafes fall from the trees.”

 

Forse l’unica frase “poetica”, poche parole per poter pensare, per poter volare fra le nuvole, nei propri pensieri. Certo posso sempre stuzzicare la mia fantasia chiedendomi come possa Akt fosforilare FOXO3a, posso immaginarmi questa proteina dopo essere stata attivata da una cascata proteica a monte, avvicinarsi al nucleo. E poi? Che fa? Entra o non entra? Si, qualche volta è stata trovata qualche traccia nell’estratto nucleare, ma poi il resto? Chi lo sa? Interverrà sicuramente un’altra proteina o chissà quale altro agglomerato di amminoacidi…

Interessante pensare all’uomo come un agglomerato di amminoacidi, lipidi, acidi ribonucleici e carboidrati. Tolti questi, tolta la loro apparente complessità, non restano altro che atomi, quindi di conseguenza, è ancor meglio pensare all’uomo come ad un agglomerato di atomi. Atomismo e materialismo. Leucippo, caro Leucippo, Epicuro, stimato Epicuro.

Oggi una ragazza vestita in nero mi ha lasciato in eredità quattro volumi rilegati in una copisteria, naturalmente identici, da regalare ai miei colleghi di laboratorio. Leggo nell’indice:

Acabar com amor

Acabar com compromisso

Acabar com familia

Acabar com patria

Acabar com todas religiao

(Traduzione non difficile: acabar = finire)

Il resto è facile da tradurre. Bah, leggerò che cosa avranno da dirmi.

La copertina è nera, come il retro e anche la rilegatura. All’interno immagini di Darwin, Freud e poi un accostamento di Pippo, della Walt Disney, con un prete (o pretazzo che dir si voglia), comunque un porporato con la classica pelata, con gli occhialini portati all’estremità del naso. Sarà anche questa una sorpresa…

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giovedì, 15 marzo 2007

Ero seduto al tavolo, assorto nei miei pensieri non davo credito ai discorsi degli altri, la mia attenzione era rivolta altrove, proprio come se fra me e loro esistesse una sorta di abisso, una netta separazione tra quello che veramente sono – se in tal modo mi posso definire – e tra quello che gli altri pensano di me. Mi chiedo da giorni cosa pensano di me, mi chiedo ormai da giorni che avranno mai da fissarmi, che avranno mai da chiedermi; cosa li spinge a riversare le proprie parole dalla loro bocca alle mie orecchie? A volte si parla di banalità e di cose che non mi interessano minimamente e tutte quelle volte che mi trovo di fronte a questo, devo trovare la forza di sputare fuori qualche parola, qualche frase, quasi sempre con poco entusiasmo, sempre in modo distaccato e abbandonare così i miei pensieri. Fissavo un bicchiere che era caduto da un vassoio. Ma era l’intero vassoio ad essere caduto, spinto a terra da non so che, so solo che una donna spingeva un carrello pieno di vassoi per la mensa della facoltà di farmacia. Il vassoio era caduto e la donna, non proferendo alcuna parola, si era chinata a raccogliere il tutto. Tutto, tranne quel bicchiere che ora si trovava dietro al suo gigantesco corpo, dietro al suo culo enorme da vecchia negra. Mi sono sempre chiesto per quale motivo trovo un’avversione particolare nel pronunciare quella parola, negra è la parola corretta, almeno per quanto ricordo dalle lezioni di grammatica del liceo. Negra… Suona male, è una parola dura, quasi dispregiativa, ma solo per il suono, il significato è corretto, mentre nera sarebbe scorretto.  Fissavo il bicchiere attentamente, come se fossi attratto da quell’oggetto, da quella condizione, da quella caduta improvvisa, gettato lì, su un pavimento nell’indifferenza totale dei più. Tutti gli passavano accanto, aspettavo da un momento all’altro che qualcuno con il volto rivolto in avanti lo calciasse involontariamente lontano dai miei occhi. Magari mandandolo in frantumi anche se ne dubito. Dopo aver resistito alla caduta, non penso che un semplice calcio lo annienterà. Prima o poi ci sarà anche qualcuno che lo vedrà, che si fermerà, che lo raccoglierà finalmente per riporlo insieme agli altri, indirizzandolo al proprio destino: in un cestello di un’anonima lavastoviglie, insieme ad altrettanto anonimi bicchieri e stoviglie, con cui condividere la stessa condizione, per essere risistemato e pronto in attesa di  mani e  labbra anonime. In molti passavano, ma il bicchiere era sempre lì, nella sua più totale staticità. Continuo a fissarlo. Per fortuna nessuno di quelli che mi siede accanto mi chiede qualcosa, per fortuna non si accorgono del mio stato catalettico di osservazione. Una ragazza, anch’essa grassa, recupera una sedia da un tavolo e si pone fra me il bicchiere, si siede al tavolo con le sue amiche ingozzandosi con un gelato al cioccolato. Che gli vada di traverso, penso. Di certo questa ignora il fatto che la sto maledicendo in ogni lingua possibile per un futile e semplice motivo. Ma del resto che altro può sapere lei in merito ad un bicchiere caduto su un pavimento, che altro può sapere se  passandoci accanto non l’ha neppure raccolto. Come può comprendere i miei pensieri e il fatto che la sto mandando al diavolo come se nulla fosse. Poteva forse immaginarsi che proprio in quel momento un’altra ragazza si sarebbe chinata a raccogliere quel bicchiere, proprio come io speravo, impedendomi così di vedere realizzato il desiderio di quel momento? Poteva forse presumerlo?

Ma che mi importava di lei e di tutte le sue amiche, di tutti quelli che mi circondavano e parlavano, che mi importava della negra che si era chinata a raccogliere il vassoio, che mi importava di tutta quella gentaglia che passeggia ogni giorno nelle strade di una città, con il capo rivolto in diverse direzioni, con la mente assorta nei propri pensieri, che mi importava di conseguenza dell’intera umanità che continua a perpetrare la specie con la speranza che il mondo cambi, quando in realtà quel bicchiere, nella sua anonimità se ne stava in solitudine, gettato sopra un pavimento indifferente, circondato da persone altrettanto indifferenti alla sua condizione. Per quale motivo non mi sono alzato dal mio posto per raccoglierlo?

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