lunedì, 25 febbraio 2008
LX.
Quinta da regaleira
[...] Sonhar para quê?... O sonho é o mais subtil e diabólico dos venenos. Mata devagarinho, e a medicina anida não encontrou, para combatê-lo, o antídoto apropriado. Quando o homen nasce, logo surge o sonho. Depois, seguem a par, e o homen leva a vida toda a combatê-lo e amá-lo. É comparável à linda amante dum apache – apetece mordê-la, mas, não se esquece a carícia cálida das suas maõs, o carbúncolo dos olhos, a leveza indolente das atidudes...
O sonho é sempre perturbador, embora traçoeiro como as coisas femininas. Na sua imaterialidade, sentimo-lo coleante, serpentino, e até intriguista quando nos incompatibiliza com a pobre existência...
Estreitamo-lo nos braços, cobrimo-lo de beijos ardentes, segredamos-lhe palavras loucas. Ele, cìnicamente, consente tudo. Excita-nos os nervos numa grande curiosidade de observar a reacção e , de repente, com gargalhadas iguais ao nosso desapontamento, solta-se e ababdona-nos em face da vida – essa vida feita de pequeninas, detestáveis coisas...
Vai-se embora, a rir num jeito de criança tonta, e nós juramos desprezá-lo para sempre, embora uma grande dor nos atormente o coração...
Nunca mais sonharemos!...
É un rompimento definitivo. Fechamos os ouvidos, procuramos o sentido objectivo das coisas, encrespamos as sobrancelhas... e, sentimos, muito no fundo da alma, uma saudade aguda e dolorosa...
Depois, enfretamos a vida, corajosamente, lutando para vencer instintivas relutâncias...
E os dias passam... O nosso rosto torna-se mais duro, mais impenetrável; e os olhos tristes, tingem-se de sombras... Certa manhã cinzenta acordamos com una grande angústia, e, ao mesmo tempo, uma enorme serenidade...
É o momento. Ele vem de leve, nas pontas dos pés, e fala-nos baixinho: – Então, pobre tolo, ainda te lembras de mimi!?...
Ficamos calados. Não dizemos nada; sentimo-nos indecisos. Ele continua: – Não me falas?!...Estás a fingir!?...Tu nunca me esquecerás!...
Mantém-se o silêncio; o coração, esse, bate desordenadamente – desapareceram, pouco a pouco, a angústia e a serenidade... Há um riso quente nos nossos olhos. Os lábios conservam-se cerrados, mas os olhos quase gritam: – Voltaste para sempre, meu amor!...
Depois entregamo-nos sem resistência, num grande silêncio. O sonho, então, perverso, começa a brincar com os nossos sentimentos...
Num momento esquecemos todas as afrontas... É frivolo e traidor; mas nós amamo-lo mesmo assim, sem nos importarmos com outras bocas que o beijam... Porque ele, sem querer a alguém, é, afinal, o amante inseparavél de toda a gente...
Acabou-se!...Nunca mais sonharei!...O que eu queria era não pensar. Desejava adormecer devagarinho, lentamente a perder a consciência, docemente, e nunca mais acordar.  
De tantas perguntas que façoa mim próprio, anda-me a cabeça à roda e ardo em febre. Este demónio que nasceu comigo, se pudesse matá-lo!...Mas não posso!...Ele tomou conta da minha vontade e é o senhor do meu destino. Bem faço esforços para lhe fugir!...Ri, sardònicamente, com um riso mau e frio, e fico sem forças para abalar, prostrado ante as suas palavras de escárnio.[...]
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Santana Quintinha, Demónio íntimo
postato da: AntaoSacarolhas alle ore 18:01 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 25 febbraio 2008

Casa do Alentejo - Lisboa

[…]Oh voi, venerabili ombre del passato che vi aggirate nottetempo su questo lago, fateci addormentare e vedere in sogno quel che sarà tra duecentomila anni
 
SORIN: tra duecentomila anni non ci sarà più niente.
ARKADINA: E sia. Noi dormiamo.
 
Si alza il sipario; si apre la veduta sul lago; la luna è alta sull’orizzonte e si riflette nell’acqua; su un grosso masso sta seduta Nina Zarečnaja, tutta vestita in bianco
 
NINA     Gli uomini, i leoni, le aquile e le pernici, i cervi con le corna, le oche, i ragni, i silenziosi pesci abitatori delle acque, le stelle marine e quelle invisibili a occhio nudo, in una parola tutte le vite, tutte le vite, tutte le vite, compiuto il triste giro si spensero… Da mille secoli ormai la terra non porta su di sé nemmeno una creatura, e questa povera luna invano accende il proprio lume. Sul prato non si svegliano più con un grido le gru, non si sentono più i maggiolini nei boschetti di tigli. Fa freddo, freddo, freddo. C’è vuoto, vuoto, vuoto. Paura, paura, paura.
 
Pausa
 
I corpi delle creature viventi sono svaniti nella polvere e la materia secolare li ha trasformati in pietre, in acqua, in nubi e le loro anime si sono fuse in un’anima sola. La comune anima universale sono io… io. In me ci sono le anime di Alessandro il Grande e di Cesare, di Shakespeare e di Napoleone, e dell’ultima sanguisuga. In me si sono fuse le conoscenze degli uomini con gli istinti degli animali; e io ricordo tutto, tutto, tutto e rivivo in me da capo ogni singola vita.
 
Appaiono fuochi fatui.
 
ARKADINA (sottovoce): Ma è decandetismo.
TREPLEV (con tono di supplica e di rimprovero) Mamma!
 
NINA    Sono sola. Una volta ogni cento anni apro la bocca per parlare, e la mia voce risuona mestamente in questo vuoto e nessuno la sente…Anche voi, poveri fuochi, non mi ascoltate…Sul far del mattino vi genera la putrida palude, e vagabondate fino all’alba, ma senza pensieri, senza volontà, senza il fremito della vita. Temendo che in voi si rigeneri la vita, il padre della materia eterna, il diavolo ogni istante compie in voi e nelle pietre e nell’acqua, uno scambio di atomi, e voi vi trasformate in continuazione. Il solo spirito resta constante e immutabile nell’universo.
 
Pausa
 
Come un prigioniero gettato in un vuoto pozzo profondo, io non so dove mi trovo e che cosa mi aspetta. Soltanto mi è noto che nell’ostinata, crudele lotta con il diavolo, principio delle forze materiali, sarò vincitrice, e dopo la mia vittoria materia e spirito si fonderanno in una meravigliosa armonia e inizierà il regno della volontà universale. Ma questo avverrà soltanto quando, a poco a poco, dopo una lunga, lunga serie di millenni, anche la luna e la splendente Sirio e la terra si muteranno in polvere… Fino ad allora terrore, terrore…
 
Pausa, sullo sfondo del lago appaiono due punti rossi.
 
Ecco che si avvicina il mio possente avversario, il diavolo. Vedo i suoi terribili occhi purpurei […]
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domenica, 17 febbraio 2008

“Uno sguardo misterioso, quello del geloso – … lo sguardo è indagatore – con un interesse carico di odio e pieno di passione”  – Edvard Munch

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munchgelosia

Ciúme: sostantivo maschile

Trad.: gelosia

 

Ciúme é uma reação complexa porque envolve um largo conjunto de emoções – dor, raiva, tristeza, inveja, medo, depressão e humilhação pensamentos –  ressentimento, culpa, comparação com o rival, preocupação com a imagem, autocomiseração – reações físicas – taquicardia, falta de ar, excesso de salivação ou boca seca, sudorese, aperto no peito, dores física – e enfim comportamentos – questionamento constante , busca frenética de confirmações e ações agressivas, mesmo violentas.

 

Etimologia: De cio

Cio: do Lat. zelu < Gr. zêlos, fervor, zelo

s. m., Zool.,

apetite sexual dos animais em determinados períodos;

brama, berra;

Trás-os-Montes,

viço;

vigor (das plantas).

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[...]I Greci e i Latini confusero l’invidia e la gelosia, le quali però si distinguono tra loro, in quanto la prima è sorella germana dell’odio e consiste in una perversità di natura, per cui taluni si accorano del bene altrui, la seconda è una specie di timore che si riferisce al desio di conservare il possesso di un bene che ci appartiene, accompagnato da avversione contro coloro, che sospettiamo pretendenti al medesimo.[...] (da www.etimo.it)

 

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venerdì, 08 febbraio 2008

L’imperatore – si racconta – ha inviato a te, il singolo, il suddito miserevole, l’ombra minuscola fuggita nelle lontananze più remote di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero presso il letto e gli ha suggerito il messaggio all’orecchio; e tale ne era l’importanza, che se lo è fatto ripetere all’orecchio. Assentendo col capo ha confermato l’esattezza di quanto gli veniva riferito. E dinanzi a tutti gli spettatori della sua morte – ogni parete d’ostacolo viene abbattuta e sulle scalinate che s’inarcano ampie e alte stanno in cerchio i grandi del regno – dinanzi a tutti l’imperatore ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino: uomo forte, instancabile; protendendo l’ora l’uno ora l’altro braccio si fa strada fra la folla; se incontra resistenza, indica il petto, che porta il segno del sole; e procede con facilità, come nessun altro saprebbe. Ma la folla è tanto grande; le sue abitazioni non hanno mai fine. Come volerebbe, se la strada fosse sgombra, e presto tu sentiresti il magnifico battere  dei suoi pugni alla tua porta. E invece, come è inutile la sua fatica ; ancora sta attraversando, insinuandosi a forza, le stanze nella parte più interna del palazzo; mai ne verrà a capo; e se pure gli riuscisse, non servirebbe a nulla; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se pure gli riuscisse non servirebbe a nulla; resterebbero da percorrere i cortili; e dopo i cortili la cintura esterna del palazzo; e ancora scale e cortili; e ancora un palazzo; e così via attraverso i millenni; e se anche cadesse, infine, fuori del portale più esterno – ma mai, mai ciò potrà avvenire – la città imperiale si estenderebbe ancora dinanzi a lui, il cuore del mondo, colmo di tutti i suoi detriti. Nessuno può penetrarvi, e tanto meno con il messaggio di un morto. – Ma tu siedi alla finestra e il messaggio è nel tuo sogno, quando viene la sera.

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Franz Kafka - Il messaggio dell'imperatore

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Costa do Caparica

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