giovedì, 28 agosto 2008

Il cavaliere errante senza innamoramento
è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta;
è come corpo senz'anima


[...] A tal comando usciranno tutti, ed egli medesimo discenderà fino alla metà della scala, e lo abbraccerà strettissimamente dandogli la pace e baciandolo in bocca: dopo di che presolo per la mano lo condurrà all'appartamento della signora regina dove il cavaliere vedrà per la prima volta l'infanta, che ha da essere una delle più belle e compite donzelle che mai si possano trovar sopra la terra. Poi succederà incontanente ch'essa ponga gli occhi sul cavaliere ed egli sopra di lei; e sembrino l'una all'altra cosa più divina che umana, e senza saper come né perché, hanno da trovarsi entrambi presi ed avviluppati nell'inestricabile rete d'amore, con gran tormento dei loro cuori per non sapere trovare il modo di scoprirsi i loro affanni ed i loro sentimenti. Di là lo guideranno senza dubbio a qualche appartamento del palazzo riccamente addobbato, dove, spogliatolo delle arme, in farsetto poi apparirà molto più vago. Venuta la sera si assiderà a tavola col re, colla regina e colla infanta. Sparecchiate le tavole, entrerà a quel punto un brutto e piccolo nano seguìto da una dama fra due giganti, la quale proporrà una certa avventura ordita da un antichissimo savio; e colui che la condurrà a fine glorioso sarà tenuto pel miglior cavaliere del mondo. Ordinerà il re che si cimentino gli astanti tutti, ma nessuno vi riuscirà ad eccezione dell'ospite cavaliere con grande accrescimento della sua fama, di che sarà gioiosissima la infanta, e si terrà per contenta e compensata anche soverchiamente di aver posti e collocati i suoi pensieri in sì alta parte. Il meglio sì è poi che questo re, o principe, o quello che e' sarà, troverassi impegnato in un'accanita guerra con un altro potente suo pari, e l'ospite cavaliere, dopo alcuni giorni di dimora in quella Corte, gli domanderà licenza di poter servire. Il re con molta affabilità gliene darà il consenso, e il cavaliere gli bacerà la mano in pegno di gratitudine pel ricevuto favore. Poi la notte medesima egli prenderà commiato dall'infanta sua donna attraverso all'inferriata di una finestra della stanza di lei che riesce nel giardino: per la quale già più volte le avrà parlato, essendo di tutto mezzana e consapevole la cameriera di cui l'infanta intieramente si fida. Sospirerà il cavaliere; essa ne verrà meno; la cameriera le apporterà dell'acqua, molto affliggendosi, perché sorge ormai il mattino, e non vorrebbe per l'onore della sua signora che la cosa si discoprisse. Finalmente la giovine principessa ritornata in sé, stenderà per l'inferriata le sue candide mani al cavaliere, il quale le bacerà mille e mille volte e le bagnerà di lagrime. Quindi comporranno fra loro due come possono farsi sapere i buoni o cattivi successi, e l'infanta lo pregherà di affrettare possibilmente il ritorno, ed egli lo prometterà con molti giuramenti: poi le bacerà di nuovo le mani; e finalmente si accommiaterà da lei con tanto sentimento, che sarà presso a lasciarvi la vita. Ecco ch'egli si ritira allora nelle sue stanze, dove si abbandona sul suo letto, ma non può chiudere occhio pel dolore della partenza, si alza assai di buon'ora e va per prendere commiato dal re, dalla regina e dall'infanta. Compiuti coi due primi i suoi doveri, viene il cavaliere a sapere che la infanta è indisposta e non può ricevere la sua visita: non dubita che ciò non proceda dall'amarezza della loro divisione, e n'ha trafitto il cuore per modo da renderne quasi a tutti manifesta la causa. La damigella mezzana a tutto è presente, nota ogni cosa, e ne dà contezza alla sua signora, che l'ascolta piangendo e le dichiara che una delle sue maggiori afflizioni è di non sapere chi sia il suo cavaliere, se di stirpe reale o no. Viene assicurata dalla donzella che tanta cortesia, gentilezza e valore come quella del suo cavaliere non può capire se non in anima reale e di alta portata. Si consola la bella afflitta, e sforzasi di celare al padre i movimenti del cuore; però due soli giorni dopo si fa vedere in pubblico. Partito è già il cavaliere; guerreggia; vince il nemico del re; ritorna alla Corte; rivede la sua signora, s'accorda con lei di chiederla in moglie al suo padre per guiderdone dei prestati servigi. Il re per non sapere chi egli sia gliela nega, ma ad onta di ciò, o rubata o in qualsiasi altro modo la infanta diventa sposa del cavaliere, e il genitore lo ascrive a sua gran fortuna, venendo a sapere ch'egli è figliuolo di un valoroso re di non so qual regno, perché credo che non esista nella mappa della terra. Muore il padre, l'infanta n'è erede, e in due parole il cavaliere diventa re. Ecco il momento in cui sono largamente compensati e lo scudiere e tutti quelli che lo aiutarono a salire a sì alto stato; marita lo scudiere colla damigella della infanta, che dovrà essere indubitatamente quella che fu la mezzana de' suoi amori, e che sarà figlia di nobilissimo duca.[...]

Don Chisciotte della Mancia - Cervantes
(In una traduzione sconosciuta sul sito liberliber.it. Traduzione non disponibile.)
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mercoledì, 27 agosto 2008
costa do caparica
− Nuota come un crucco −
Poi l'amico che mi stava accanto si è buttato nel mare in burrasca.
− Divertente − dico ad un altro mio amico sul bagnasciuga − le onde ti sballottano qua e là,  ne vieni sommerso, ma finché stai a riva nulla ti può capitare. Prima mi è capitato di scavalcare un'onda, una brutta sensazione vedersi lontano dalla riva. Ho iniziato a nuotare con tutte le mie forze, sentivo la risacca risucchiarmi verso il largo −
− Che fanno quei due là? Ci salutano?−
− Sì, credo proprio che ci stiano salutando, saluta! −
Entrambi alziamo la mano, ridiamo nonostante tutto. Eppure al momento non sembrava vero, per questo abbiamo tergiversato.
− Perché grida aiuto? Forse non è uno scherzo −
Lei si avvicina a noi spaventata: − Stanno affogando! −
− Dici? − faccio io di rimando − Sì, non sembra uno scherzo, sarebbe stupido! −
Resto immobile finché sento l'amica dirmi: − Corri, vai a chiamare aiuto! −
Corro all'impazzata sulla sabbia, ancora incredulo che tutto ciò possa essere reale. Sento la sabbia rallentare la mia corsa, mi guardo intorno e continuo a correre verso quel ragazzo che se ne era uscito con una tavola da surf. Cavalcava le onde e si spingeva con una sorta di remo: un Caronte improvvisato o forse era solo un brutto presagio. Lo raggiungo e con il fiato spezzato urlo: − Help, overthere! − indicando i miei amici in difficoltà. Forse sarei dovuto entrare pure io, ma le forze non mi avrebbero di certo aiutato nell'impresa. Questo mi guarda allibito e appena si rende conto della gravità della situazione, abbandona la tavola da surf, ma non corre, forse anche lui incredulo e spaventato. Poi si butta in mare, vedo che si dirige verso i miei amici. La traversata sembra interminabile, lo osservo affrontare con sicurezza le onde, mi sento tranquillo, anche se vedo ancora i miei amici lontani. Momenti interminabili. Il surfista lì raggiunge, ne afferra uno e inizia a trascinarlo, mentre  l'altro cerca di guadagnare la riva con le sue forze. Raggiungono la riva. Il mio amico tossisce e sputa l'acqua salata ingoiata. Stupito nel rivederlo. Restiamo in silenzio tutti. Il surfista se ne va, salutandoci.
− Hai una sigaretta? − mi chiede l'amico che nuotava come un crucco.
− No, le ho lasciate in tenda. Non pensavo mi venisse voglia di fumare! −
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martedì, 26 agosto 2008


[...]Durante il regno di Enrico II, nell'anno di grazia 1162, due cavalieri con gli abiti infangati  e il viso contratto per l'estenuante fatica attraversavano, verso sera,  la foresta di Sherwood, nella Contea di Nottingham. L'aria era rigida e gli alberi , sui cui rami cominciavano a spuntare le prime gemme di marzo, si piegavano frusciando sotto l'ultimo vento invernale, mentre una fitta nebbia calava sulla foresta. Il cielo s'andava sempre più oscurando e presto fu notte, una notte che il vento faceva prevedere tempestosa.

− Ritson − disse il più anziano dei cavalieri, avviluppandosi strettamente nel mantello − il vento si va rafforzando e temo che la tempesta sia prossima. Sei sicuro che non abbiamo sbagliato strada?
− Entro un'ora saremo alla casa del guardaboschi, milord - rispose l'altro
− Ma quest'uomo, questo Head, è una persona fidata?
− Fidatissima, milord. È un uomo rude, mio cognato, ma di un'onestà a tutta prova e così fiducioso che accetterà  senza sospetto la bella storia inventata da Vostra Signoria. Non concepisce l'inganno, lui, e non sa nemmeno cosa sia la menzogna. Ecco là , milord, guardate
laggiù. Vedete quella luce? È la casa di Gilbert Head.
− Il piccolo dorme ancora? − domandò il gentiluomo.
− Sì, milord, profondamente. − E Ritson soggiunse − Davvero, milord, non riesco a capire perché vi preoccupate tanto di salvare la vita a questa creaturina che in futuro potrebbe procurarvi un'infinità di fastidi. Se volete che ci pensi io a farlo sparire, non avete che da ordinarmelo. Voi aggiungerete il mio nome nel vostro testamento e io farò in modo che il piccino continui a dormire in pace per sempre.[...]

Alexandre Dumas, Robin Hood (Trad di Berto Minozzi)

Inizia così uno dei miei primi libri letti. C'era anche L'isola del tesoro, di Stevenson. Peccato non riuscire a trovare quella vecchia edizione appartenuta alla mamma. Chissà che fine avrà fatto? Forse si sarà persa nel trasloco, oppure sarà rimasta in carico a qualche cugino, che non l'avrà neppure letta, finendo così nel dimenticatoio universale insieme a tutte quelle cose prestate e e mai tornate. Ricordo che su quel libro avevo sottolineato una parola che non conoscevo o che mi piaceva particolarmente. Mia mamma mi aveva redarguito: Non si pasticciano i libri! Non con la penna, piuttosto con una matita. Solitamente non sottolineo, solitamente non mi metto a prendere appunti sul libro, ma ci sono alcune eccezioni, tipo I demonî di Dostoievskij, l'Ulisse di Joyce e il Tropico del Cancro di Miller. Sono alla disperata ricerca di un libro che riesca a coinvolgermi dall'inizio alla fine, un po' come fece, a suo tempo, il Robin Hood di Alexander Dumas o più recentemente i Fratelli Karamazov e La montagna incantata di Thomas Mann. Forse il Don Chisciotte, già iniziato più volte e mai concluso per vari motivi. Ho anche iniziato a leggere Manuale di pittura e calligrafia di José Saramago, ma non credo che lo concluderò.

[...]Erano le tre e mezzo quando ho posteggiato la macchina in piazza Camões. Ero lontano da casa, ma avevo voglia di fare due passi. Mi sono avviato verso Santa Catarina e, giunto al belvedere, mi sono avvicinato alla ringhiera e fermato lì a guardare il fiume, riuscendo a non pensare a niente, perché neppure le luci delle imbarcazioni laggiù avessero un significato, se non quello di brillare senza un motivo [...]
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martedì, 12 agosto 2008
feriasSperiamo che se ne vada anche quel maledetto di
Antão Sacarolhas,
che se ne torni nel suo blog e lasci finalmente questo loculo dimenticato da Dio
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