[...]Prese uno specchio e cercò di ritrovare la faccia con le con le labbra angosciosamente serrate che doveva avere quella sera, quando il padre s'era avvicinato sul suo letto. Non riuscì a riprodurre il suono che la tentazione le aveva sprigionato dal petto. Pensò che quel suono doveva essere ancora nel suo seno proprio come allora. Era un suono senza delicatezza e senza riserbo: ma non era mai più salito alla superficie. Mise via lo specchio e si guardò intorno, confermandosi con occhi vaganti nella coscienza di essere sola. Poi tastando con le dita attraverso la veste cercò quel certo neo di velluto nero. Eccolo, dove terminava la coscia, mezzo nascosto nella piega inguinale e sul margine dei peli che li già si diradavano irregolari; vi posò sopra la mano, scacciò tutti i pensieri spiò il turbamento che doveva venire. Lo sentì subito. Non era il molle fluire della voluttà, anzi il braccio le si irrigidì, si fece duro come il braccio di un uomo; le sembrava che se lo avesse alzato come doveva avrebbe potuto abbatere qualunque cosa! Quel punto del suo corpo ella lo chiamava "l'occhio del diavolo". Davanti ad esso suo padre era indietreggiato. L'occhio del diavolo aveva uno sguardo che passava attraverso i vestiti; quello sguardo fissava gli uomini, li attirava magicamente ma non permetteva loro di muoversi finché Clarisse non lo voleva.[...]
Robert Musil, L'uomo senza qualità.