
Solo un’immagine sfocata, notturna. Segna ore imprecisate, le lancette non seguono logica alcuna. L’arco in fondo a Rua Augusta riaffiora nei miei sogni. Prima della mia partenza un telo lo copriva. Restaurare le ore. Rinnovare un tempo ormai scomparso. Apparso in sogno, dilatato, ristretto. Orologio non più nella stessa posizione, mutato di posizione, più in basso, più spostato a destra. Il passare delle ore comunque non cambia. Quasi che il cielo si appoggi, gravi con il suo peso, testando la solidità delle fondamenta Pombaline. O Marques do Pombal, il Marchese della Piccionaia, che strano nome per un individuo del genere. Narrano le leggende, che stanco del potere e dell’influenza dei Gesuiti decise di imbarcarli su caravelle, esiliarli. Lontano, per i mari, lontano dal volto dell’Europa. Caravelle salparono per chissà quale luogo ameno, luogo indicato dal marchese illuminato. In fondo al mare, il suo primo pensiero. Il mescolarsi di salmastre correnti in limpide acque. Tejo e Atlantico si fondono nel dolce fruscio di caravelle cullate dall’Oceano. Il sordo rumore delle bombarde, urla e strida del divin carico che affonda. Adeus aos Jesuítas!
Lontana ormai la bianca città, lontano il mio inferno straniero, quanto tempo passato lungo quelle strade. In quali ore imprecise risuonarono i miei passi? Il cielo a cui volgevo lo sguardo dai colli, Graça, o Castelo, Adamastor, Santa
Intravisto in lontananza mentre vagavo fra lapidi e cipressi che si stagliavano sui tumuli di una lunga storia. Quanta acqua passa sotto i ponti. Prima si chiamava Ponte Salazar, poi Ponte 25 de Abril a collegare Lisbona e l’Almada. Costa do Caparica e Cascais, Boca do Inferno, Cabo da Roca.
Ma l’Alfama resistette, resistette al tempo, alla furia del terremoto e alle acque del Tejo che strariparono dagli argini, inondando e devastando la città.
Resiste tuttora, ma a stento. Ma il tempo lì si è comunque fermato.







